Subsonica
Casino Royale
Bluebeaters
Linea 77
Soulful Orchestra
Fratelli di Soledad
Kutfaces
El Tres & Gipo
Luca Morino
Dotvibes
Wah Companion
Medusa
Ogni settembre da undici anni a questa parte – settembre mese ormai sinonimo di disgrazie e memorie funeste- un gruppo consistente di amici si ritrova, accantonando per un istante le rispettive strade battute quotidianamente, e si siede per ricordare. Semplicemente per ricordare un uomo. Nulla di più che un uomo. Con i suoi difetti e la sua indimenticabile carica umana. Con le sue follie e il suo sogno. Con la sua storia personale e privata che sembra ricalcare in tutto e per tutto il modello di vita imposto a centinaia di migliaia di figli di questa cascata di intersezioni ortogonali di grigio, cemento e acciaio che ci ostiniamo a chiamare Torino. Piero aveva la consapevolezza di ciò che era. Di ciò che eravamo e siamo. Perché nonostante tutto noi siamo adesso ciò che siamo sempre stati. Più o meno simulandolo e riciclandolo. Esseri viventi come sommatoria della carne, delle viscere, del sangue e della saliva che abbiamo sempre ingoiato e sputato. Piero era un figlio della classe operaia che necessitava con abnegazione di essere ascoltata. O perlomeno rivendicava il diritto di poterlo dire. Dire ciò che non era giusto. Ciò che ancora non è giusto. Urlandolo sicuramente, perché quelli come noi/voi per far capire un concetto sono costretti ad amplificarlo, altrimenti si viene bypassati dalle “buone maniere convenzionali” della democrazia rappresentativa, che rappresenta gli interessi di tutti (i demiurghi) tranne che del (ironia della sorte) demòs-popolo. Piero cercava di dire che non ci stava bene nulla o quasi di quello che il mondo, la società, il sistema, lo Stato, il dovere imponeva, creava, preproduceva e confezionava per tutti. Piero credeva che questo lo si potesse fare rasandosi i capelli e impugnando un microfono insieme ad un complotto di rumorosi skinheads punk (si perché allora i ragazzi marciavano uniti… if the kids are united…Jimmy Pursey chi era costui?) chiamato Rough. Oppure che lo si potesse anche fare dietro un bancone mixer equalizzando suoni e parole, come pensieri e azioni, di quelli che stavano sui palchi per fare più o meno la stessa cosa. Piero credeva che tutto ciò si potesse fare camminando come un ribelle sempre al centro della strada, senza nascondersi nei vicoli e nei portoni più oscuri o dietro i compromessi convenienti, ribaltando cassonetti e usando le scatole di metallo con le ruote come ostacoli della repressione piuttosto che come piccolo-borghese mezzo di trasporto. Piero credeva che rivendicare il diritto di riprendersi la città, come spazio sociale, politico, ludico fosse ben più che il monito anthemico di uno slogan-titolo-di canzone. Piero credeva che la musica fosse un veicolo, uno strumento, rivoluzionario e di lotta alla stregua delle manifestazioni, dell’antagonismo sociale e della controcultura. Piero probabilmente non avrebbe mai creduto (sognato sicuramente, perché certi uomini vivono di sogni e pane per poter essere poi inconsapevolmente degli immortali) che la sua prematura scomparsa avesse tracciato nelle viscere di questa città un solco lungo oltre la sua morte. Piero non avrebbe forse voluto nulla di tutto ciò. Ma i suoi amici, proprio in quanto amici, magari non sempre gli davano retta. E continuano fortunatamente a non farlo. E così ogni anno a settembre fanno l’unica cosa che sanno fare per ricordarlo e ricordarci chi siamo realmente. SUONANO E SI DIVERTONO NEL SUO NOME. Riunendosi in un megaconcerto gratuito (nelle esibizioni di ciascuna band e artista) finalizzato alla raccolta di fondi di beneficenza. Un modo come un altro per ricordarci che la musica è solo questo. Nulla di più. E sarebbe già molto. Una notte, quella per Piero Maccarino, che si è sempre vissuta lungo i bordi di quel fiume scuro di petrolio e fango che taglia in due l’anima di questa città ma che ne raccoglie i germi più prolifici e trasognati. Anche quest’anno ci riuniremo nella location apparentemente fuori luogo del Cacao al Valentino. Una location che nell’immaginario cittadino è sinonimo di serate trend, frequentato da calciatori affermati, animato da fighetti collinari e veline discinte o testimonial spazzatura della tv-format spazzatura. Un luogo che per una notte verrà invaso dagli “altri”, da tutti quelli che anche se Piero non lo hanno mai conosciuto di persona, che non sanno forse nemmeno chi fosse, ma vengono attirati anche e sopratutto dalla nomenklatura artistica che lo ricorda. Ma va bene lo stesso, anzi. Il luogo ce lo siamo già ripresi. Ora tocca riprenderci la memoria e continuare a portarla in tasca senza dimenticarla sul comodino fino al prossimo settembre.
Saranno della partita tutti o quasi quelli che devono esserci, quelli che hanno collaborato con Piero ma soprattutto l’hanno avuto come amico. Un amico, un
ricordo, una notte per rinnovare, ogni anno, principi di impegno e solidarietà attraverso il rituale di un concerto che illumini a giorno il lento scorrere del
fiume oscuro.
Il cast è quanto di meglio Torino, e non solo, può offrire in questo momento, molte le sorprese e soprattutto come al solito alta la finalità della kermesse. Raccogliere fondi da devolvere in beneficenza a favore dell’UGI e della Fondazione Caterina Farassino Onlus.
Lunedi 21 settembre 2009, ore 19.30. Cacao, viale Ceppi 6, parco del Valentino - Torino
Accorrete.
TORINO E’ LA MIA CITTA’!